“Prima che sorga l’alba, vegliamo nell’attesa, tace il creato e canta nel silenzio del mistero. Il nostro sguardo cerca un volto nella notte dal cuore a Dio s’innalza più puro il desiderio”. (Inno delle lodi)

Chi ha sperimentato un pellegrinaggio cristiano come il “Cammino di Santiago”, è ritornato con l’impressione che ci si trovi di fronte a qualcosa di molto, molto vicino al senso stesso della vita.

Il Pellegrino va a Santiago non sempre riuscendo a definire esattamente perché, se non attraverso la consapevolezza che matura camminando, quella di essere in cerca di “un volto nella notte”. Un volto che non è ancora definito ma è già una presenza, un non-buio.

I motivi che trova riflettendo, razionalizzando, sono quelli che dirà agli altri che gli chiederanno, curiosi, ironici, interessati, perplessi. Sono i motivi emersi, visibili, dicibili. Ma a volte sarà solo lungo il cammino che scoprirà la sorgente segreta, sommersa di tutti i motivi per cui pensa di essere partito: un immenso desiderio, non più soffocato e tenuto a bada, l’immenso Desiderio.

“Uno sconosciuto è mio amico, uno che io non conosco. Uno sconosciuto lontano lontano. Per lui il mio cuore è pieno di nostalgia. Perché Egli non è presso di me. Perché Egli forse non esiste affatto. Chi sei tu che colmi il mio cuore della tua assenza? Che colmi tutta la terra della tua assenza?” (K. Lagerkvist)

In questa poesia K. Lagerkvist compie lo stesso passo – decisivo per la vita – di ogni pellegrino. E’ il passo che colma la distanza, potenzialmente eterna, tra il dubbio e la domanda. Il dubbio è una domanda inespressa, chiusa dentro, che finisce quindi per atrofizzarsi. Il dubbio si scioglie al fuoco del desiderio, che non viene più soffocato, schiacciato, tenuto a bada come un intruso, e liberandosi diventa domanda.

Noi pellegrini non siamo il popolo del dubbio, ma il popolo della domanda, di coloro che cercano davvero con la vita intera e non solo nelle conversazioni da salotto. La vita è un labirinto, ma esso non è né cieco né assurdo. E c’è una meta e c’è anche una via. Che non ci sia una via può rimasticarlo il cuore a volte, per la stanchezza, per la sfiducia, in debito di ossigeno di speranza, dubitando. La tentazione di pensare di poter venire a capo del labirinto da soli è forte, è inebriante. Eppure qualsiasi tentativo di farcela da soli è destinato a fallire. Perché se è vero che c’è una via nel labirinto, è anche vero che l’uomo non può trovarla da solo. Non sarebbe più un labirinto.

Il pellegrinaggio cristiano come ritrovamento di una via nel labirinto della vita, come esperienza di preghiera e ricerca. Non pellegrinaggio di ricerca e preghiera, ma di preghiera e ricerca. Inclinazione comunissima a tutto il genere umano, comprensibilissima, forse inevitabile, quella di pensare che la ricerca venga prima della preghiera, e che la preghiera sia possibile solo se l’esito della ricerca è stato positivo. Come dire: io cerco Dio, se lo trovo allora posso pregarlo, ma se non lo trovo come faccio a pregarlo?

“Dammi, o Signore, di conoscere e capire se si debba prima invocarti o celebrarti, prima conoscerti o invocarti. Ma chi potrebbe invocarti senza prima conoscerti?” (S. Agostino, Confessioni).

E’ a questo punto che Sant’Agostino, per grazia ha uno scatto assolutamente geniale. “Ma è possibile che sia così”? “O forse, per conoscerti, bisogna prima invocarti”?.

Il pellegrinaggio a piedi è un modo per esprimerla, questa invocazione, questa domanda, dall’inizio alla fine è il cammino stesso che fa preghiera, domanda che Dio si faccia conoscere, che ci mostri il Suo Volto. E’ un’esperienza antichissima di preghiera e ricerca, una ricerca che avviene attraverso un metodo completamente diverso rispetto a quello intellettuale: l’esperienza, metodo corretto di ricerca perché non esclude nulla di ciò che siamo.

Andare a piedi, per ore, per giorni e giorni, comincia a cambiarti. In termini cristiani, questo desiderio di cominciare a cambiare, si chiama “conversione” Convergere, andare verso, riunire. Insomma, l’anima smarrita che ritrova la strada, la via perduta nel Labirinto. Se parti affidandoti a Dio solo, e non a cospicui programmi di tappe, e orari e chilometri, mettendoti proprio nelle sue mani, perché Lo vuoi conoscere, vuoi che ti mostri il suo volto, ritrovi così i limiti della tua creaturalità, e insieme nell’anima trovi sempre più il mistero di un’assenza-presenza, la consapevolezza di un’appartenenza.

Uno dei grandi doni del Cammino. Non la rivelazione della verità, illuminazione. Non la folgorazione rivelatrice, dunque, ma la consapevolezza. Ecco uno dei grandi doni che viene seminato nel cuore dei pellegrini.

Testo estratto da “La meta e la via: il pellegrinaggio a piedi di preghiera e ricerca”, di Davide Gandini, in “ La Strada Buona – Appunti dopo Santiago, a cura di Paolo Asolan e Davide Gandini (Ed. Marietti).