Le Suore Francescane Missionarie del Cuore Immacolato di Maria (dette “d’Egitto”) accolgono i pellegrini che arrivano a piedi o in bici a Roma, avvalendosi del supporto di volontari. Della storia e del carisma di questa famiglia religiosa abbiamo chiesto notizia a suor Paola Fortunio, superiora provinciale. A lei soprattutto dobbiamo l’accoglienza dello Spedale e il coinvolgimento delle Suore nell’opera avviata dalla nostra Confraternita nell’Urbe ormai da qualche anno.

Che suore francescane siete?

Siamo Francescane Missionarie del Cuore Immacolato di Maria, una famiglia religiosa nata nel 1868 da madre Caterina Troiani, una suora della Ciociaria, nata a Giuliano di Roma nel 1813, vissuta in un monastero a Ferentino – perché rimasta orfana – fin dall’età di sei anni; quindi consacratasi religiosa nello stesso monastero dove era stata accolta, da dove partì con altre cinque consorelle per l’Egitto, allo scopo di istituire un’opera come quella di Ferentino, dedicata all’istruzione e all’educazione delle bambine.

Quindi siete d’Egitto perché la vostra opera è nata e si è sviluppata lì?

Sì, precisamente a partire da Il Cairo e poi a Gerusalemme, Malta e in Italia. Madre Caterina aveva già avuto nel 1835 un’ispirazione a dedicarsi all’evangelizzazione “oltre mare”, cioè missionaria. L’opera avviata in Egitto fu l’inizio di una nuova realtà, che fu la concretizzazione di questa ispirazione. Da lì l’opera si diffuse in tutto il Medio Oriente. Principalmente le suore si dedicarono al riscatto delle bambine, alla cura degli orfani e all’educazione anche catechistica.

Quindi il vostro carisma…

…è l’evangelizzazione ad gentes, con lo stile (diremmo oggi) del dialogo. Essendo nate in un contesto storicamente pluralistico come era e come è il Medio Oriente, la nostra opera si sviluppò facendo in un certo senso da ponte tra realtà religiose (cattolici, ortodossi, musulmani, ebrei…) e sociali (ricchi, poveri…) molto diverse tra loro. Questa mediazione e questa presenza tra culture diverse è un aspetto spiccato della nostra famiglia religiosa.

E san Francesco, che c’entra?

Nasciamo già come francescane, perché Madre Caterina volle da subito aggregarsi al Terz’ordine: ne viveva la spiritualità, specialmente il vivere il vangelo in fraternità. Questo aspetto della fraternità non è solo strategico dal punto di vista pastorale, ma l’anima e la sostanza della nostra forma di vivere il Vangelo. Seguiamo la regola del Terz’ordine nei suoi aspetti fondamentali: minorità, povertà, una spiritualità legata molto al mistero pasquale, la “mobilità” e la missione itinerante dei francescani.

Quante suore siete nel mondo?

Attualmente circa seicento, sparse in Asia, Europa, Africa e America. Manca l’Oceania.

Come siete arrivate a interessarvi dei pellegrini?

San Francesco fu pellegrino, e la nostra sensibilità all’itineranza è tensione a vivere la vita come un pellegrinaggio. Questo ci rende attente a chi vive il pellegrinaggio, sia nel Luoghi Santi sia qui a Roma.

Siete felici di questa nuova opera che il Signore vi ha affidato?

Direi proprio di sì. Nell’accogliere c’è comunque una ricchezza di incontro, di condivisione, che fa crescere. La comunità di Santa Cecilia, che non è in missione “oltre mare”, vive attraverso una forma molto particolare il nostro carisma di presenza e di apostolato, cioè di evangelizzazione, pur restando ferme in Italia. A Trastevere.